Ateneo Regina Apostolorum: una conferenza del Prof. Carlo Jovine sul tema delle NDE
4/24/20247 min leggere


Il 23 aprile 2024 il Prof. Carlo Jovine, medico neurologo e Perito ufficiale del Dicastero Vaticano delle Cause dei Santi, ha tenuto presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma una conferenza sul tema delle esperienze di pre-morte.
La conferenza, intitolata “La vita oltre la vita - Le esperienze pre-morte (NDE)”, si è svolta presso l’Istituto Scienza e Fede dell’Ateneo, diretto da Padre Rafael Pascual, nell’ambito del Master in Scienza e Fede per la serie “Rapporto mente-corpo e intelligenza artificiale”.
Il Prof. Pascual ha salutato in apertura i partecipanti al Master, che prevedeva una diretta online, ed ha introdotto la figura del conferenziere: il Prof. Carlo Jovine ha esaminato, quale componente della Consulta Medica Vaticana, le guarigioni inspiegabili attribuite all’intercessione di Papa Wojtyla, Madre Teresa, Papa Luciani e altre grandi figure della cristianità; guarigioni che hanno portato al riconoscimento dei miracoli da parte della Chiesa dopo lunghi e approfonditi processi di beatificazione e canonizzazione.
Già Primario neurologo dell’Ospedale dell’Ordine di Malta, Carlo Jovine è autore di oltre cinquanta pubblicazioni scientifiche, una delle quali – “Indicazioni al trattamento del paziente emiplegico” – è stata ufficialmente premiata da Sir John Carew Eccles, il celebre neurofisiologo australiano vincitore del Premio Nobel per la Medicina.
È stato più volte intervistato dalla RAI nazionale e regionale su temi di rilevanza culturale, ed è spesso protagonista dei programmi di Tv2000 per illustrare, in termini divulgativi, la complessa tematica del rapporto tra Scienza e Fede.
Proprio al rapporto tra Scienza e Fede il Prof. Jovine ha dedicato il suo ultimo libro – intitolato appunto “Testimone di Miracoli. Tra Scienza e Fede” – che ha ricevuto lusinghiere recensioni, tra cui quella de “L’Osservatore Romano” a firma di Simone Caleffi.
Il Prof. Jovine ha quindi preso la parola illustrando il concetto di NDE (“Near Death Experience”, Esperienze di pre-morte): «Si parla di NDE nei casi in cui una persona in imminente pericolo di vita, o clinicamente morta per alcuni minuti, ricorda una serie di impressioni vissute in quel “particolare’’ stato di coscienza».
«Queste esperienze contengono diversi elementi presenti in tutte le persone che le hanno vissute. C’è quasi sempre una sensazione molto piacevole, la visione di un tunnel di luce, l’incontro con i propri cari defunti, il flashback in fotogrammi della propria vita e poi il ritorno cosciente nel proprio corpo».
Le esperienze NDE portano, inoltre, ad una radicale trasformazione interiore della persona, che supera la paura della morte e rafforza la sua sensibilità intuitiva.
Già Aristotele parlava di “stati di illuminazione” al di là della coscienza ordinaria. Ma poi, per secoli, questi fenomeni sono stati relegati nell’ambito filosofico e psicologico, se non addirittura para-psicologico.
È solo negli Anni Settanta del secolo scorso che alcuni studiosi, medici e ricercatori – come il Dr. Raymond Moody, la Dr.ssa Elisabeth Kubler Ross e il Dr. Jeffrey Long – hanno aperto un nuovo sentiero di ricerca. In seguito il cardiologo e rianimatore Prof. Pim van Lommel, con i suoi studi su centinaia di casi di NDE descritti nel 2007 nel libro “Coscienza oltre la vita”, ha approfondito il tema dal punto di vista scientifico, dando una ulteriore svolta all’approfondimento di questo complesso problema.
Il Prof. Jovine – che ha analizzato il tema delle NDE anche nel suo libro “Testimone di miracoli. Tra Scienza e Fede” – ha quindi esposto il “modello” di NDE formulato dal Dr. Moody: «Un uomo è in fin di vita e vede la concitazione dei medici attorno a lui impegnati in un estremo tentativo di rianimazione; avverte d’essere uscito dal corpo pur conservando un chiaro senso di identità e autocoscienza; percepisce l’ambiente esterno attraverso una visuale allargata: guardando la scena dall’alto, è in grado di osservare tutti i dettagli con consapevolezza lucida. A un certo punto avverte di muoversi velocemente lungo un tunnel, attratto da una luce intensa; gli si fanno incontro gli spiriti di parenti e amici in precedenza scomparsi e sperimenta un meraviglioso stato d’animo di serenità e di pace; rivede in una sorta di “flashback” extratemporale la sua intera esistenza con una chiara coscienza del bene e del male. Infine vede sé stesso sull’orlo di un confine che lo separa dal mondo materiale, si sente come risucchiato da un vortice e si risveglia all’interno del suo corpo: vivo, sebbene sofferente a causa delle gravi condizioni fisiche che lo avevano portato in punto di morte».
Dopo l’esposizione del modello teorico, il Prof. Jovine ha citato alcuni casi reali di esperienze di pre-morte che gli sono stati raccontati da pazienti da lui curati durante la sua professione medica, o che appartengono all’ormai ricca casistica conoscitiva elaborata dalla scienza.
Tra questi casi riveste un particolare interesse, per la notorietà e la credibilità scientifica del personaggio, il caso di pre-morte che vide protagonista il grande psicanalista svizzero Carl Gustav Jung (1875-1961).
Jung visse un’esperienza NDE all’età di circa settant’anni, esperienza che ha narrato nel suo libro autobiografico “Ricordi, Sogni, Riflessioni”, pubblicato nel 1961.
«Al principio del 1944 mi fratturai una gamba e a questa disavventura seguì un infarto miocardico», racconta Jung. «In stato di incoscienza ebbi deliri e visioni. Mi pareva di essere sospeso nello spazio. Sapevo di essere sul punto di lasciare la terra…».
Mentre si trova a fluttuare nello spazio, Jung vede un tempio scavato nella pietra.
«Quando mi avvicinai ai gradini che portavano all’entrata del tempio – continua Jung – accadde una cosa strana: tutto perse importanza. Non esisteva più il rimpianto. Non vi era più nulla che volessi o desiderassi. Era come se avessi con me tutto ciò che avevo vissuto, tutto ciò che mi era accaduto. Questa esperienza mi dava una sensazione di grande appagamento.
Mentre mi avvicinavo al tempio, avevo la certezza di essere sul punto di entrare in una stanza illuminata. Là finalmente avrei conosciuto il perché della mia venuta al mondo e verso cosa dovesse continuare a fluire la mia vita.
Avevo sempre avuto la sensazione di essere un frammento della storia, e molte domande erano rimaste senza risposta. Perché era stato quello il cammino della mia vita? E che cosa avevo saputo trarne? Avevo la certezza che a tutti questi interrogativi avrei avuto risposta non appena fossi entrato nel tempio di pietra.
Mentre così meditavo, accadde qualcosa che richiamò la mia attenzione. Era come una specie di messaggio che proveniva dal mondo terreno: non avevo il diritto di lasciare la terra e dovevo ritornare. Non appena ebbi sentito queste parole, la visione finì.
Da allora – conclude Jung – non mi sono mai liberato completamente dall’impressione che questa vita sia solo un frammento dell’esistenza. Posso descrivere la mia esperienza come la beatitudine di una condizione atemporale nella quale presente, passato e futuro sono una cosa sola».
Il Prof. Jovine ha poi citato uno studio del 2001, apparso sulla celebre rivista medico-scientifica “The Lancet”, secondo il quale il 50% dei pazienti che hanno vissuto un’esperienza NDE ha provato emozioni estremamente positive; il 30% ha visto un tunnel, al di là del quale c’era un paesaggio celestiale e luminoso; il 13% ha passato in rassegna la propria vita terrena, e l’8% ha percepito la presenza come di un “confine’’.
All’inizio delle ricerche sul tema delle esperienze ai confini della morte – ha sottolineato Jovine – numerosi esponenti del mondo accademico avevano sostenuto che le NDE erano dovute a stati allucinatori oppure a malfunzionamenti del cervello causati dalla carenza di ossigeno o da farmaci di tipo morfinico. Ma poi questi argomenti sono stati confutati da numerosi neurologi e, in particolare, dal Prof. Peter Fenwick dell’Università di Southampton, il quale ha precisato che le esperienze riferite dai sopravvissuti al coma non potevano essere il sottoprodotto di una attività cerebrale in crisi, perché non è possibile avere esperienze altamente strutturate e ricordarle con chiarezza se il cervello è fortemente danneggiato o addirittura l’attività elettrica è assente.
«Sembra, dunque, corretto concludere che non è possibile ridurre la coscienza alla sola attività dei processi cerebrali», ha spiegato Jovine. «In base a queste ed altre considerazioni, il cardiologo Pim van Lommel è giunto alla conclusione che la coscienza è allocata in un “altrove” – da lui definito “coscienza non-locale” – del tutto indipendente dal corpo fisico: una dimensione invisibile e immateriale che abbraccia passato, presente e futuro».
Secondo van Lommel, dovremmo prendere seriamente in considerazione la possibilità che la morte, come la nascita, possa essere un semplice passaggio da uno stato di coscienza ad un altro.
«Siamo ancora nel campo delle ricerche e delle ipotesi – ha osservato Jovine – ma leggendo le parole del dottor van Lommel non si può fare a meno di osservare che concetti come “vita oltre la vita” e “coscienza non-locale” sembrano proiettare la scienza verso una possibile “prova” dell’esistenza dell’anima».
A tale proposito, Jovine ha posto in evidenza una interessante correlazione con quanto affermato dal Catechismo della Chiesa Cattolica: «L’unità dell’anima e del corpo è così profonda che si deve considerare l’anima come la “forma” del corpo; ciò significa che grazie all’anima spirituale il corpo, composto di materia, è un corpo umano e vivente; lo spirito e la materia, nell’uomo, non sono due nature congiunte, ma la loro unione forma un’unica natura. La Chiesa insegna che ogni anima spirituale è creata direttamente da Dio – non è “prodotta” dai genitori – ed è immortale: essa non perisce al momento della sua separazione dal corpo nella morte, e di nuovo si unirà al corpo al momento della risurrezione finale» (365-366).
Come commento agli elevati concetti spirituali contenuti nel Catechismo della Chiesa Cattolica, Jovine ha ricordato le emozionanti parole di Papa Francesco, pronunciate nel corso di una catechesi sul tema della vecchiaia tenuta il 24 agosto 2022 nell’Aula Paolo VI in Vaticano: «La nostra destinazione è il cielo. Il nostro destino è risorgere. Potremmo dire che è un po’ come una seconda nascita. Dopo la morte, nasciamo al cielo, e siamo ancora noi che abbiamo camminato su questa terra… Noi non possiamo immaginare questa trasfigurazione della nostra corporeità mortale, ma siamo certi che essa manterrà riconoscibili i nostri volti e ci consentirà di rimanere umani nel cielo di Dio. Sì, cari fratelli e sorelle, specialmente voi anziani, il meglio della vita è ancora tutto da vedere. La vita del corpo risorto sarà cento e mille volte più viva di come l’abbiamo assaggiata su questa terra».
E in sintonia con il tema del rapporto tra Scienza e Fede, che costituisce l’ambito primario del suo impegno di studioso, conferenziere e scrittore, il Prof. Jovine ha concluso la sua conferenza citando le parole del teologo e scienziato Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), che con potente intuizione premonitrice – ha spiegato Jovine – comprese quello che soltanto oggi la scienza comincia a capire: «Noi non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale. Siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana».
Massimo Nardi
© 2026 Carlo Jovine
