I miracoli tra scienza e fede. La mia intervista a Tv2000

8/15/20215 min leggere

Il 19 ottobre 2017 sono stato intervistato dalla giornalista Lucia Ascione nell’ambito del programma Bel tempo si spera, da lei condotto su Tv2000. Tema della trasmissione: “I miracoli tra scienza e fede”.

In quella sede la giornalista mi ha rivolto alcune domande, riferite alla mia esperienza nella Consulta Medica Vaticana che ha analizzato la guarigione inspiegabile di suor Marie Simon-Pierre Normand dal morbo di Parkinson. Guarigione che ha condotto al riconoscimento del miracolo per intercessione di Giovanni Paolo II.

Lucia Ascione mi ha domandato, in particolare, come si pone un medico, uno scienziato, di fronte a un evento clinico che sovverte ogni legge della natura. Ho risposto che un uomo di scienza deve, in primo luogo, estraniarsi da ogni aspetto o convinzione religiosa che possa, in qualche misura, condizionare l’oggettività del punto di vista scientifico; deve formarsi un’opinione esclusivamente studiando le relazioni mediche e le cartelle cliniche. In secondo luogo, è importante sapersi porre in un atteggiamento di umiltà: chi crede, deve saper piegare le ginocchia nella preghiera; chi non crede, deve saper piegare le ginocchia per interrogarsi sul mistero e guardare il macrocosmo, il microcosmo e quello che c’è in noi…

I lettori potranno ascoltare le altre mie risposte nel video di Tv2000 linkato più sotto. Ma stante la complessità dell’argomento, che, per ovvi motivi, non poteva essere approfondito nell’ambito di un programma caratterizzato da un taglio divulgativo, sento l’esigenza di aggiungere alcune riflessioni ispirate al tema della trasmissione: appunto, “I miracoli tra scienza e fede”.

«La scienza senza la religione è zoppa, la religione senza la scienza è cieca». Questo celebre aforisma di Einstein ebbe un ruolo centrale nel pensiero del ‘900, perché metteva in discussione, per bocca del più illustre rappresentante della scienza dell’epoca, un pregiudizio diffuso e radicato da secoli: quello di un contrasto insanabile fra la ragione e la fede.

Nella raccolta di saggi “Out of My Later Years” (1941), Einstein scriveva: «Il metodo scientifico non può insegnarci altro che l’interconnessione tra i fatti e il loro reciproco condizionamento. La scienza è il tentativo di ricostruire l’esistenza a posteriori attraverso un processo di concettualizzazione».

Il problema, sottolineava il grande scienziato, è che questo processo si svolge nei limiti di una «concezione puramente razionale della nostra esistenza». Una concezione di per sé insufficiente a dare conto dei fini ultimi e fondamentali: «chiarire tali fini e collocarli in modo saldo nella sfera emotiva dell’individuo mi sembra la funzione più importante che la religione debba svolgere nella vita di un uomo». E concludeva: «Se si tengono ben presenti questi alti principi e li si confronta con la vita e lo spirito dei nostri tempi, allora la gravità del pericolo in cui versa l’umanità civilizzata appare evidente. Negli Stati totalitari sono i governanti stessi a tentare di distruggere tale spirito di umanità. In aree meno minacciate, i rischi del soffocamento di queste preziosissime tradizioni vengono invece dal nazionalismo e dall’intolleranza, come anche dall’oppressione degli individui con mezzi economici».

È trascorso quasi un secolo, ma queste parole sembrano l’esatta descrizione della crisi attuale!

Purtroppo lo “spirito del tempo” non è cambiato molto da allora. La nostra concezione del mondo è ancora fortemente intrisa di materialismo e l’uomo contemporaneo continua a concepire la vita come una grande macchina, regolata da meccanismi competitivi che producono iniquità e conflitti e pongono una seria ipoteca sul nostro futuro.

Per converso, la ricerca scientifica (almeno nelle sue aree più avanzate) è arrivata, in molti casi, ad elaborare una visione dell’esistenza che ha numerosi punti di contatto con la sfera religiosa e che apre spiragli conoscitivi inediti e affascinanti.

Il filosofo Thomas Kuhn affermava che la scienza procede per rivoluzioni, non per sviluppo lineare. La rivoluzione più recente è quella della fisica che ha scardinato non solo la conoscenza di alcune leggi fisiche ma addirittura il modello di mondo. Oggi per la fisica è un dato acquisito che il tempo non sia assoluto: può rallentare, accelerare, fermarsi, perfino tornare indietro… Naturalmente sono fenomeni che non si avvertono nella vita quotidiana, ma che tuttavia esistono in altre parti dell’universo o nel mondo dell’infinitamente piccolo, dei quanti, che sono la struttura di base della materia. Fenomeni che fanno dire ai fisici che «La realtà non è come ci appare» (s’intitola appunto così un libro di Carlo Rovelli, Ordinario di fisica teorica all’Università di Aix-Marseille, che nel marzo 2016 ha tenuto un “dialogo sulla luce” con il cardinale Gianfranco Ravasi).

La faccenda diventa ancora più complessa quando si entra nel campo della psiche (di cui la stessa scienza è un prodotto). Fra le tante domande, ce n’è una che assume un valore centrale: qual è la sede della coscienza? Nella concezione materialista e meccanicistica che pervade il pensiero dominante, la risposta è scontata: la coscienza è un prodotto della chimica e delle attività elettriche del cervello. Ma anche questo assioma sta franando di fronte alle nuove evidenze scientifiche.

Sempre su Tv2000, ho affrontato questo tema nella trasmissione “Che cos’è un’esperienza di pre-morte?”: pazienti in arresto cardiaco con encefalogramma piatto che hanno reagito con successo alle terapie di rianimazione e che, una volta recuperati alla vita, hanno descritto dettagli ed esperienze che sembrano attestare una continuità di coscienza anche durante lo stato di morte clinica. Un argomento che trova sempre nuove conferme da parte della scienza.

Sul sottile crinale fra la vita e la morte possiamo porre anche la straordinaria vicenda di Natuzza Evolo (1924-2009), la più celebre mistica italiana del ‘900. Scrive il giornalista Renzo Allegri, autore di una dettagliata biografia: «Il fenomeno misterioso più frequente che ha caratterizzato la vita di Natuzza Evolo era costituito dal dono di poter vedere lo spirito delle persone morte, e parlare con loro come se fossero ancora in questo mondo». Da quei contatti, sottolinea Allegri, scaturì «una mole quotidiana di informazioni reali, controllabili, tali da formare una documentazione inoppugnabile».

Natuzza, al pari di Padre Pio, fu sottoposta ad una serie impressionante di analisi mediche per verificare la veridicità dei suoi carismi (emografie, stigmate, bilocazioni): analisi che approdarono sempre alla stessa conclusione: quei fenomeni erano reali, benché “inspiegabili” da un punto di vista scientifico.

Che dire, poi, dei miracoli avvenuti per intercessione di altri grandi santi del nostro tempo? La mente corre a Giovanni Paolo II e Madre Teresa, e all’eccezionalità delle guarigioni inspiegabili delle quali sono stato io stesso testimone quale componente della Consulta Medica Vaticana incaricata di analizzare gli eventi miracolosi.

Alcuni scienziati cominciano a pensare che il paradigma culturale corrente sia troppo riduttivo, troppo condizionato dalle scienze empiriche che si sono occupate quasi esclusivamente del corpo, inteso come macchina terrena cartesiana.

Ecco, ad esempio, il parere del prof. Enrico Facco, anestesista neurologo dell’Università di Padova: «Alcuni fenomeni implicano la conoscenza di leggi di natura che noi non conosciamo. Il problema è che tutto ciò che appare incompatibile con le attuali conoscenze, viene tendenzialmente rifiutato oppure messo in una specie di stanza di isolamento chiamata “parapsicologia”. Secondo me, la parapsicologia esiste solo in quanto riflesso di un pregiudizio culturale, perché i fatti possono essere o veri o falsi. Se sono falsi è inutile scomodare una disciplina; se sono veri, dobbiamo solo comprendere le leggi. E questo fa parte della scienza».

Sarà dunque possibile, in futuro, istituire una “scienza dei miracoli”? A tale proposito mi piace ricordare una frase di Sant’Agostino tratta dal XXI Libro della “Città di Dio”: «I prodigi non sono contro la natura, ma contro ciò che ci è noto della natura».

A conclusione di queste brevi riflessioni, voglio citare uno dei più importanti documenti del nostro tempo, destinato ad essere un punto di riferimento anche per i futuri sviluppi scientifici: l’Enciclica “Fides et Ratio” di San Giovanni Paolo II.

«L’attuale rapporto tra fede e ragione – scrive il Papa Santo – richiede un attento sforzo di discernimento, perché sia la ragione che la fede si sono impoverite e sono divenute deboli l’una di fronte all’altra. La ragione, privata dell’apporto della Rivelazione, ha percorso sentieri laterali che rischiano di farle perdere di vista la sua meta finale. La fede, privata della ragione, ha sottolineato il sentimento e l’esperienza, correndo il rischio di non essere più una proposta universale. È illusorio pensare che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggior incisività; essa, al contrario, cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito o superstizione. Alla stessa stregua, una ragione che non abbia dinanzi una fede adulta non è provocata a puntare lo sguardo sulla novità e radicalità dell’essere».

Carlo Jovine

LINK VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=TDc__7oQXco