Il mandato di Papa Francesco alla Pontificia Accademia di Teologia
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«La visione della dottrina della Chiesa come un monolite è errata. Bisogna capire che c’è una giusta evoluzione nella comprensione delle questioni di morale e di fede. La dottrina si evolve verso l’alto. Il cambiamento è necessario perché la comprensione muta col tempo. Anche l’evoluzione delle scienze aiuta la Chiesa in questa crescita nella comprensione…».
Queste parole sono state pronunciate da Papa Francesco nel corso di un incontro con i Padri Gesuiti svoltosi in Portogallo il 5 agosto 2023. E il concetto è stato ulteriormente sviluppato nella Lettera Apostolica “Ad theologiam promovendam” del 1° novembre 2023 con la quale il Santo Padre ha approvato i nuovi Statuti della Pontificia Accademia di Teologia, presieduta da Mons. Antonio Staglianò.
Si avverte l’esigenza di una teologia capace di «comunicare le verità della fede e trasmettere l’insegnamento di Gesù nei linguaggi odierni, con originalità e consapevolezza critica», spiega il Pontefice nella Lettera Apostolica. E aggiunge: «Per promuovere la teologia in avvenire non ci si può limitare a riproporre astrattamente formule e schemi del passato. Chiamata a interpretare profeticamente il presente e a scorgere nuovi itinerari per il futuro, alla luce della Rivelazione, la teologia dovrà confrontarsi con le profonde trasformazioni culturali, consapevole che “quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento d’epoca”».
Per approfondire i contenuti di questa importante Lettera Apostolica, la Marcianum Press Edizioni Studium ha pubblicato un volume – intitolato “Ad Theologiam Promovendam Vademecum” e realizzato a cura del Consiglio Direttivo della Pontificia Accademia di Teologia – che costituisce un breve ma intenso commentario del Documento pontificio.
Ecco alcuni significativi passaggi tratti dal libro per offrire al lettore una panoramica degli argomenti trattati, consigliando nel contempo la lettura integrale del volume:
«Il vecchio Illuminismo ha trattato la fede religiosa come fosse una favola, relegando il suo racconto nello spazio dell’antica mitologia ed eliminando dalla Rivelazione cristiana il suo carattere di vero sapere della vita, dell’amore, della giustizia, degli affetti e del futuro. Un “Illuminismo cristico” è atteso per la teologia in avvenire. È necessario che la teologia sviluppi una “critica della critica” illuminista contribuendo a “ripensare il pensiero”: lo scopo è decostruire criticamente una figura di fede che non corrisponde e non conviene al Vangelo; e, contestualmente, decostruire una idea di ragione, incurvata in sé stessa e rinchiusa in limiti mortificanti le sue capacità metafisiche» (Antonio Staglianò, Vescovo Emerito di Noto, Presidente Pontificia Accademia di Teologia).
«La Rivelazione, pur divina, in qualche modo “dialoga” con il mondo creato. Non schiaccia la terra, l’umanità e la cultura, ma le sfida, le eleva, le abbellisce. La Rivelazione non fornisce una visione alternativa del mondo perché è già presente, in modo germinale, all’interno del mondo creato, dell’uomo e dei processi storici» (Paul O’Callaghan, Pontificia Università della Santa Croce, Membro del Consiglio Direttivo Pontificia Accademia di Teologia).
«La Rivelazione divina si compie nella storia, prende le mosse dalla concreta esistenza degli esseri umani e dalle situazioni in cui quotidianamente vivono, dalle loro vicende culturali, dalle loro esperienze religiose, per interpretarle “alla luce del Vangelo”. La teologia non può essere pensata a prescindere dal mondo e dalla storia. Essa procede su un binario costituito dall’orizzonte trascendente non meno di quello storico, che però s’incontrano e s’intrecciano nella vicenda di Cristo Gesù» (Massimo Naro, Pontificia Facoltà Teologica della Sicilia, Socio Ordinario Pontificia Accademia di Teologia).
«L’annuncio della fede, per essere efficace e per poter raggiungere il suo scopo, richiede la conoscenza della persona cui esso è diretto, dell’ambiente in cui questa persona vive e opera, pure se, allo stato attuale, la conoscenza del destinatario dell’annuncio cristiano è molto più difficile che in passato, perché il mondo culturale contemporaneo è complesso e problematico e non ha una identità facilmente riconoscibile. Esso è privo di agganci ideali forti e da tutti condivisi, come i concetti di natura, verità, umanità. Con queste sfide, però, è necessario confrontarsi; a questo uomo si deve proporre la visione cristiana della sua vita e della sua vocazione» (Ignazio Sanna, Arcivescovo Emerito di Oristano, Presidente Emerito Pontificia Accademia di Teologia).
«Il dialogo permette di conoscere l’altro e di superare le incomprensioni che portano alia sua svalutazione. In un mondo globalizzato come quello odierno nel quale credenti di ogni religione e cultura si ritrovano a vivere fianco a fianco, si fa sentire sempre più la necessità di accettazione, rispetto e collaborazione reciproci. Per raggiungere tale obiettivo, c’è bisogno della comprensione che può essere attuata tramite il dialogo tra le religioni. E non solo. San Francesco d’Assisi può essere considerato come uno dei fondatori del dialogo interreligioso. Dava esempio di vita a tutti i suoi fratelli; non discuteva per imporre dottrine, ma comunicava l’amore di Dio» (Simone Caleffi, Università LUMSA, Coordinatore Dimensione sapienziale Pontificia Accademia di Teologia).
«In “Ad theologiam promovendam” è chiesto direttamente e specificamente alla teologia di aprirsi a una prospettiva transdisciplinare. In questo orizzonte, la teologia è chiamata a rispettare la pluralità dei saperi attraverso i quali sono indagati i diversi livelli della realtà, senza sovrapporsi o sostituirsi ad essi, ma in dialogo fecondo e reciprocante con essi. Nello stesso tempo, in quanto aperta alla perenne novità e trascendenza della Rivelazione divina, essa può diventare elemento di “fermentazione di tuti i saperi entro lo spazio di Luce e di Vita offerto dalla Sapienza che promana dalla Rivelazione di Dio”» (Riccardo Ferri, Prorettore Pontificia Università Lateranense, Membro del Consiglio Direttivo Pontificia Accademia di Teologia).
«Sottolineando l’urgenza di un “cambio di paradigma”, di una “coraggiosa rivoluzione culturale”, per una “teologia capace di leggere ed interpretare il Vangelo nelle condizioni in cui gli uomini e le donne quotidianamente vivono”, il Pontefice chiede che la riflessione teologica si apra alla “cultura del dialogo e dell’incontro”, assumendo quindi anche un “timbro pastorale”. Con “Ad theologiam promovendam” il Papa ha quindi additato alla Pontificia Accademia di Teologia un cammino tanto impegnativo quanto entusiasmante, perché nel segno di una novità in piena continuità con l’insegnamento e gli auspici dei suoi predecessori» (Ilaria Morali, Pontificia Università Gregoriana, Socio Ordinario Pontificia Accademia di Teologia).
«Tanto la teologia da un lato che la pastorale dall’altro, si pongono come una sorta di servizio sia alla Parola che agli uomini, cercando di favorire in loro una fede sempre più adulta e consapevole. Questa inscindibile e fruttuosa relazione fra teologia e pastorale ha trovato una sua felice manifestazione nei grandi Padri della Chiesa. Papa Francesco è tornato più volte su questo tema, invitando a superare ogni falsa opposizione fra teologia e pastorale» (Antonio Pompili, Coordinatore Dimensione pastorale Pontificia Accademia di Teologia).
«Una teologia del Popolo di Dio comporta una teologia del mondo e della storia in prospettiva escatologica. Una teologia in chiave sinodale presuppone la ricchezza di vivere e pensare la fede, camminando nella speranza con tutti i credenti e tutti gli esseri umani. Nell’unità plurale del mondo con la sua universalità differenziata, una teologia pluriforme deve essere inculturata e interculturale. Oggi, per raggiungere un orizzonte globale, la comunità teologica deve imparare a fare teologia sinodale o corale» (Carlos Maria Galli, Decano Facoltà di Teologia Università Cattolica Argentina, Socio Corrispondente Pontificia Accademia di Teologia).
«Per la prospettiva cristiana, la storia rivela l’infinita ricchezza del proprio Dio, che è Padre, Figlio e Amore. Significativa è la definizione di vero teologo data da Gregorio di Nazianzo: questi non è colui che comprende tutto, perché l’infinito non sta nel finito, ma colui che mette insieme e unisce fra di loro le tracce e le ombre dell’agire di Dio nella storia della salvezza. Quindi il teologo è chiamato a ricostruire quella trama relazionale che segna la storia» (Giulio Maspero, Pontificia Università della Santa Croce, Membro del Consiglio Direttivo Pontificia Accademia di Teologia).
«“Ad theologiam promovendam” precisa che “il teologo non può che vivere in prima persona la fraternità e la comunione” e che è importante che esistano “luoghi, anche istituzionali, nei quali vivere e fare esperienza di collegialità e fraternità teologica”. Questi luoghi andranno certamente ripensati in un contesto diverso da quello nel quale molti di essi sono nati, ma vanno sostenuti, valorizzati, riconosciuti dalla comunità ecclesiale nella loro qualità di “soggetti comunitari” del fare teologia» (Riccardo Battocchio, Presidente Associazione Teologica Italiana, Socio Corrispondente Pontificia Accademia di Teologia).
«La prospettiva sapienziale della teologia non appartiene ad una particolare scuola di pensiero, ma trascende le epoche e le sensibilità culturali e teologiche. Il Documento pontificio non pone in discussione lo statuto scientifico della teologia, che è ribadito come “necessario”, ma ne sottolinea l’allargamento, che lo stesso testo papale indica in due direzioni: “la trascendenza” e “la storia umana”, pena l’impoverirsi del pensiero disumanizzandosi in “astratto” e “ideologico”» (Roberto Nardin, Pontificia Università Lateranense, Membro del Consiglio Direttivo Pontificia Accademia di Teologia).
«Per San Tommaso d’Aquino la teologia si configura quale frutto naturale di un’esperienza gustosa del mistero creduto; se vissuta per amore e nell’amore, essa porta a sperimentare in modo più vivo il Mistero mai totalmente posseduto. L’Aquinate è testimone autorevole di un connubio stabile tra teologia e vita di fede; tutta la sua esistenza fu dedicata a riflettere con amore e rigore su Dio, su Cristo, sulla Parola rivelata e sulla fede. In quanto “scienza” che deve a Dio i propri principi, la teologia è somma sapienza, poiché mette in atto un’operazione intellettuale che consente di ordinare e giudicare, ma anche di “indirizzare tutti gli atti umani al debito fine”» (Giuseppe Marco Salvati, Prelato Segretario Pontificia Accademia di Teologia).
«L’esperienza insegna che non si può attivare e rendere efficiente l’“ospedale da campo” (metafora della Chiesa secondo Papa Francesco) senza che alle spalle di quanti sono in prima linea non si aprano dei laboratori di ricerca teologica. Come Pontificia Accademia di Teologia siamo chiamati ad interrogarci, riflettere, progettare il futuro…» (Giuseppe Lorizio, Pontificia Università Lateranense, Socio Ordinario Pontificia Accademia di Teologia).
Nelle testimonianze e nelle riflessioni anzidette si avverte chiaramente, pur nella brevità delle citazioni consentite dallo spazio ristretto del presente articolo, la totale e convinta adesione di Mons. Antonio Stagliano e degli esponenti della Pontificia Accademia di Teologia al mandato ricevuto da Papa Francesco: «L’Accademia, nel realizzare la propria missione, promuove il dialogo transdisciplinare con le filosofie, le scienze, le arti e tutti gli altri saperi. Si pone al servizio delle Istituzioni accademiche dedicate alla teologia e degli altri Centri culturali e di elaborazione del sapere interessati a raggiungere la persona umana nel suo contesto di vita e di pensiero».
E questo mandato del Santo Padre coinvolge anche chi, come me, opera nel campo della scienza medica – quale Perito ufficiale del Dicastero delle Cause dei Santi e del Tribunale Ordinario della Diocesi di Roma – per analizzare le guarigioni scientificamente inspiegabili che preludono al riconoscimento dei miracoli da parte della Chiesa. E che dunque ha la possibilità di poter sperimentare la sottile linea di congiunzione che unisce il particolare all’universale, il fisico al metafisico, l’immanente al trascendente.
Carlo Jovine
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