La spiritualità e il ruolo delle neuroscienze
12/15/20237 min leggere


Sono passati 25 anni dalla promulgazione della “Fides et ratio” (14 settembre 1998), l’Enciclica di San Giovanni Paolo II dedicata al rapporto tra fede e ragione.
Un’Enciclica che «rimane un punto di riferimento paradigmatico per ritornare a pensare ripensando il pensiero», scrive Mons. Antonio Stagliano, Presidente della Pontificia Accademia di Teologia, nel suo libro “Ripensare il pensiero” (2023, Marcianum Press), nato da una riflessione indotta dalla “Fides et ratio”.
«Con la “Fides et ratio” – spiega Staglianò ripercorrendo, a 25 anni di distanza, il testo dell’Enciclica – l’immane fatica del ripensamento critico dello “spirito del tempo” non finisce, ma inizia: l’Enciclica è immaginabile come una preziosa piattaforma di lancio per una impresa audace. Un testo autorevole destinato a contribuire alla rifondazione dell’orizzonte culturale cattolico per il terzo millennio».
Con riferimento ai primordi della ricerca scientifica, occorre ricordare che Galileo Galilei (1564-1642), considerato il padre della scienza moderna, affermò che le due verità, di fede e di scienza, non possono mai essere in contrasto tra loro, perché procedono entrambe dal Verbo divino: la Sacra scrittura come «dettatura dello Spirito Santo» e la natura come «osservantissima esecutrice degli ordini di Dio».
E invece, nei successivi sviluppi della scienza, è accaduto esattamente il contrario: «Nell’ambito della ricerca scientifica – scrive San Giovanni Paolo II – si è venuta imponendo una mentalità positivista che non soltanto si è allontanata da ogni riferimento alla visione cristiana del mondo, ma ha anche, e soprattutto, lasciato cadere ogni richiamo alla visione metafisica e morale».
Un processo, quello descritto dal Papa Santo, che si è radicalizzato nel tempo dando luogo ad un atteggiamento scientifico conosciuto come “scientismo”: ossia la posizione intellettuale di chi ritiene che l’unico sapere valido sia quello delle scienze fisiche e sperimentali, e di conseguenza rifiuta ogni altra forma di sapere che non sia riconducibile ai metodi propri di queste scienze.
E qui Papa Wojtyla lanciava un allarme: «La conseguenza di ciò è che certi scienziati, privi di ogni riferimento etico, sembrano cedere, oltre che alla logica del mercato, alla tentazione di un potere demiurgico sulla natura e sullo stesso essere umano. Invece che verso la contemplazione della verità e la ricerca del fine ultimo e del senso della vita, queste forme di razionalità sono orientate al servizio di fini utilitaristici, di fruizione o di potere».
Un allarme che, a 25 anni di distanza dalla pubblicazione dell’Enciclica, si manifesta oggi in tutta la sua realtà gravida di minacce: con una “terza guerra combattuta a pezzi” (secondo la dizione di Papa Francesco) dove i contendenti dispongono di tecnologie belliche sempre più avanzate. Tecnologie che prefigurano fin d’ora, con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale, la possibilità di disporre, in un prossimo futuro, di armi e velivoli militari capaci di prendere decisioni in autonomia.
E tuttavia, all’interno di una realtà complessa dove le linee di tendenza non sono mai definibili in senso univoco, si manifestano anche significativi sintomi di inversione di tendenza. Emergono nuove scoperte e nuove interpretazioni volte a superare la contrapposizione positivista tra fede e scienza, di cui Albert Einstein aveva già compreso le nefaste implicazioni.
«Nel corso dell’ultimo secolo, e in parte del precedente, era opinione diffusa che esistesse un conflitto insanabile tra conoscenza e fede», scriveva il grande fisico. «Probabilmente capiterà di rado, se mai capiterà, di vedere espresso il punto di vista razionalistico in forma tanto grossolana. Le convinzioni necessarie e determinanti per la nostra condotta e il nostro giudizio non si trovano lungo la solida strada della scienza. Perché il metodo scientifico non può insegnarci altro che l’interconnessione tra i fatti e il loro reciproco condizionamento. Il pensiero da solo non può darci conto dei fini ultimi e fondamentali. Chiarire tali fini e collocarli in modo saldo nella sfera emotiva dell’individuo mi sembra la funzione più importante che la religione debba svolgere nella vita di un uomo. Se si concepiscono la religione e la scienza sulla base di tali definizioni, allora un conflitto tra di esse appare impossibile».
In tale prospettiva, voglio segnalare all’attenzione dei lettori un campo avanzato della ricerca scientifica – il settore delle neuroscienze – che sta sviluppando nuove teorie sulla relazione mente-corpo. Teorie volte ad approfondire le esperienze di natura spirituale, aprendo una nuova fase di confronto con una materia che era stata finora ritenuta di esclusiva pertinenza della religione.
Nel mio libro “Testimone di miracoli. Tra Scienza e Fede” sono riportati, tra l’altro, due straordinari fenomeni, che, al pari dei miracoli, devono essere necessariamente collocati nell’ambito della cosiddetta “inspiegabilità scientifica”.
In occasione di una visita effettuata nel 1979 all’Università di Harvard, il Dalai Lama concordò con i ricercatori un esperimento scientifico. Gli scienziati dell’equipe diretta dal prof. Herbert Benson (1935-2022) ebbero così la possibilità di documentare la capacità dei monaci tibetani di resistere alle temperature gelide dell’Himalaya (da 20 a 30 gradi sottozero): dopo aver dormito una notte all’aperto coperti solo da indumenti leggeri, i monaci si svegliarono incuranti del freddo e fecero ritorno al monastero. Mentre è ben noto che una prolungata esposizione del corpo alle basse temperature determina gravi fenomeni morbosi che si manifestano con tremore, deficit cognitivi, difficoltà respiratorie, grave ipotermia e perdita di coscienza, fino ad arrivare all’arresto cardiaco.
Altrettanto straordinaria la vicenda di Teresa Neumann (1898-1962), la mistica cattolica proclamata “Serva di Dio” da Giovanni Paolo II nel 2005. All’età di vent’anni fu colpita da paralisi e cecità in conseguenza di un grave incidente, guarì per intercessione di Santa Teresa di Lisieux alla quale era molto devota, e visse per altri quarant’anni senza prendere né bevande né cibo, ma alimentandosi soltanto di un’ostia consacrata.
Alla luce delle attuali cognizioni mediche, questi due fenomeni non dovrebbero essere possibili perché contraddicono ogni logica e ogni legge della biologia. Ma essi purtuttavia esistono, e sono stati confermati da una serie di verifiche incontrovertibili.
E allora, che cosa può dire a tale proposito la scienza?
Nella seconda metà del secolo scorso ha preso vita una nuova disciplina delle neuroscienze, definita “Neuroteologia”, che, avvalendosi delle moderne tecniche di neurodiagnostica che consentono di visualizzare l’attività e il funzionamento del cervello (EEG computerizzato, TAC, RMN, PET, SPECT, ecc.), studia ciò che avviene a livello neurobiologico durante le esperienze religiose e di fede.
Tra i pionieri di questa nuova disciplina possiamo citare il neuroscienziato statunitense Andrew Newberg, direttore di ricerca presso l’Università di Philadelphia e professore di studi religiosi presso l’Università della Pennsylvania.
Il prof. Newberg ha scritto diversi libri sul tema, tra cui il bestseller “How God Changes Your Brain” (2010), nel quale illustra un concetto di straordinaria portata che esprime la sintesi delle sue ricerche: «Quando preghiamo, la preghiera cambia il cervello».
Usando la tecnica delle neuroimmagini ed altri strumenti diagnostici, Newberg ed altri studiosi hanno esaminato centinaia di persone di fede diversa immerse nella preghiera: religiosi cristiani, monaci tibetani e credenti musulmani. Ed hanno riscontrato che il loro cervello manifestava le medesime reazioni alla contemplazione meditativa.
Ecco, in estrema sintesi, le reazioni cerebrali e corporee rilevate: intensa emissione di neurotrasmettitori come la dopamina e la serotonina (detti “ormoni della felicità”); riduzione della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca; allentamento delle tensioni muscolari; riduzione dei livelli ematici di cortisolo (l’ormone dello stress); generazione di frequenze elettriche che hanno la capacità di indurre la mente a uno stato di quiete.
Gli studi suindicati hanno anche dimostrato che le esperienze spirituali (meditazione, preghiera, partecipazione a riti religiosi), oltre ad attivare specifiche aree cerebrali, disattivano contestualmente le zone del cervello preposte all’orientamento spazio-temporale.
Questo potrebbe spiegare il motivo per cui i soggetti esaminati avvertono di entrare in un’altra dimensione, dove l’Io soggettivo non viene più percepito nei confini limitati dello spazio-tempo, ma sperimenta un diverso stato di coscienza che crea, talora, un senso di immedesimazione con il tutto.
Secondo il prof. Newberg, questi stati mentali non sono espressione di semplici riflessi neurologici, ma costituiscono delle vere e proprie esperienze conoscitive. Perché il nostro cervello possiede un’innata capacità di trascendere la realtà ordinaria e di aprirsi alla dimensione spirituale. Arrivando finanche a percepire l’esistenza di Dio.
Tra le aree emergenti della ricerca occorre inoltre segnalare un altro campo di indagine, iniziato negli anni Settanta, che ha portato alla luce realtà inaspettate che hanno aperto nuovi scorci sul rapporto tra la funzione cerebrale e la coscienza: le esperienze NDE (“Near Death Experience”: esperienze ai confini della morte).
Gli esempi esplicativi maturati attraverso mezzo secolo di studi sono estremamente numerosi. In questa sede mi limito a ricordarne uno che desta meraviglia per la sua “impossibilità” apparente: pazienti non vedenti dalla nascita, che si sono trovati in una provvisoria condizione di coma a causa di una malattia o di un incidente, sono stati in grado di descrivere con esattezza tutto ciò che avveniva nella sala operatoria durante le fasi di rianimazione; dimostrando, con ciò, d’essersi avvalsi di una “vista mentale” indipendente dai sensi fisici.
Sulla base di queste ed altre considerazioni, il cardiologo olandese Pim van Lommel, esponente di punta degli studi sulle NDE, è giunto alla conclusione che la nostra coscienza non è allocata nel cervello, bensì in un “altrove” che egli ha definito “coscienza non-locale”; mentre il cervello sarebbe solo un organo di trasmissione, che potremmo paragonare ad un dispositivo che trasforma i campi elettromagnetici in suoni e immagini.
Un’interpretazione, quella di van Lommel, che sembra proiettare la scienza verso una possibile “prova” dell’esistenza dell’anima.
A tale proposito, è interessante citare un pensiero di Kurt Gödel, il matematico austriaco ritenuto uno dei più grandi logici di tutti i tempi: «È un pregiudizio del nostro tempo, che sarà confutato scientificamente, l’idea secondo cui la mente sarebbe priva di un’esistenza autonoma separata dalla materia. Ci sarà un momento dopo la morte, una vita futura dopo la morte fisica, in cui la mente potrà conoscere integralmente, potrà soddisfare il suo naturale desiderio di capire ogni cosa…».
In conclusione possiamo affermare che gli studi inerenti le risposte fisiologiche del corpo e del cervello agli stimoli prodotti dalla dimensione spirituale sono ancora in una fase iniziale. Nonostante siano presenti molte significative evidenze, non possiamo ancora trarre risposte certe.
E tuttavia le implicazioni scientifiche collegate ai fenomeni di natura spirituale sono potenzialmente assai vaste, a partire dai fattori attinenti al benessere del malato e della persona, che sono gli aspetti che hanno dato impulso alla ricerca: si è infatti scoperto che, attraverso la pratica della meditazione e della preghiera, il cervello viene indotto ad attivare dei mediatori neurochimici che contribuiscono a migliorare lo stato di salute e favoriscono i processi di guarigione.
Nonostante le contraddizioni che connotano la nostra epoca, dobbiamo essere consapevoli che siamo testimoni di un momento storico straordinario. Un momento che apre a una più ampia comprensione dell’essere umano nella sua complessa interazione di materia e spirito.
Una parte del mondo scientifico tende ancora a sottostimare le rivoluzionarie implicazioni che provengono dalle più recenti branche della scienza (dalle neuroscienze alla fisica quantistica), forse nel timore di scardinare le certezze acquisite, frutto di un progresso che ha conseguito indubitabili successi.
E tuttavia rinchiudersi in una visione riduzionistica dell’esistenza sarebbe contrario alla stessa oggettività della scienza. Dobbiamo, al contrario, ampliare i nostri orizzonti interpretativi, spostare più in là il confine delle attuali conoscenze per tentare di sondare il mistero che ci circonda. E provare un rinnovato senso di stupore di fronte alle meraviglie della Creazione.
Mi piace perciò concludere queste brevi riflessioni con le parole di Papa Francesco, tratte dalla prefazione al libro di Mons. Antonio Staglianò citato in apertura: «Nell’attuale cambiamento d’epoca abbiamo bisogno di nuove strade e di nuovi paradigmi. Abbiamo bisogno di “ripensare il pensiero”».
Carlo Jovine
Perito Neurologo della Diocesi di Roma
e del Dicastero delle Cause dei Santi
© 2026 Carlo Jovine
