Le complicanze psicologiche delle lesioni vertebro-midollari
9/15/20213 min leggere


Le lesioni vertebro-midollari, purtroppo, sono sempre gravate da complicanze psicologiche dovute alla perdita di funzione, a problemi sessuali e urinari, al dolore, alla perdita dello stato lavorativo e sociale, alla diminuzione delle aspettative future.
In un recente studio su pazienti affetti da paraplegia post traumatica si è riscontrata un’altissima incidenza dei disturbi di ansia e depressione.
È dunque importante comprendere il vissuto psicologico del paziente mieloleso.
Fase iniziale
In una fase iniziale il paraplegico, come ogni disabile, si sente totalmente smarrito, con una sensazione penosa di profonda depressione che si alterna ad ansia e angoscia; vive ancora lo stato di shock traumatico, legato sia a problemi fisici (disturbi dello schema corporeo, incapacità di movimento, problemi di controllo sfinterico) che psicologici (rifiuto della nuova realtà, rifiuto degli altri).
In questa fase si insinua il dubbio, che diviene triste certezza, di non poter più camminare. Il paziente vive un senso di abbandono e di smarrimento, nel quale dominano uno stato di inferiorità e di insicurezza.
La malattia, inoltre, coinvolgendo l’intera sfera relazionale, influenza i rapporti familiari e interpersonali.
Nella maggioranza dei casi, si instaura una forte dipendenza dagli altri (famiglia, operatori sanitari, personale medico e paramedico, ecc.). Un attaccamento motivato dal fatto che il paziente vive un’esperienza di libertà limitata, di impotenza motoria e psicologica.
Fase intermedia
Il paziente si rende conto di non poter più muovere gli arti. Questa certezza lo induce a una forte reazione depressiva, che culmina, a volte, in tentativi di suicidio.
Il contenuto della depressione si traduce in idee conflittuali, come ad esempio il desiderio di avere vicino la famiglia, il partner e gli amici, oppure il rifiuto degli stessi. Alternando il bisogno di protezione alla paura della commiserazione.
Il paziente esprime questi conflitti attraverso lunghi silenzi, crisi di pianto, sguardo fisso nel vuoto.
Nei giovani, l’isolamento dal contesto ambientale si esprime frequentemente con l’ascolto di musica ad alto volume tramite cuffiette o altre attività similari, come l’uso di videogiochi o del computer.
In questa fase il paziente confronta la sua condizione con quella di altri soggetti colpiti da lesioni simili instauratesi in tempi diversi.
Inizia ora l’approccio con la carrozzina, simbolo dell’impotenza funzionale.
Fase finale
Nella fase finale iniziano i primi cenni di reazione alla depressione. Il paziente, dopo lo stato di disagio e di disperazione, accetta di sedersi in carrozzina, quest’ultima vissuta come una condanna definitiva all’immobilità e alla diversità.
Il paziente inizia a sperare in una vita futura attiva: l’obiettivo diventa quello di raggiungere un’autonomia che gli consenta una discreta libertà e la possibilità di un’attività lavorativa.
Inizia così la fase della riabilitazione, consapevolmente vissuta, durante la quale si impegna attivamente per conquistare gli obiettivi prefissati.
Lentamente, attraverso il processo riabilitativo e l’importante ruolo della famiglia, il paziente cerca di acquisire una nuova autonomia e di integrarsi in una nuova vita familiare, lavorativa e sociale.
Il punto cruciale è che, a causa della sua diversità, il paraplegico mantiene quasi sempre un fondo di umore depresso, spesso si sente inferiore, sente di non avere pari dignità e pari diritti rispetto alle persone sane, sente di non poter contare sulle stesse opportunità personali e sociali di cui dispongono gli altri.
Oggi, tuttavia, grazie ai grandi progressi della scienza soprattutto nel campo della genetica e della robotica, anche queste persone sfortunate hanno la possibilità di migliorare la loro qualità di vita.
Un innovativo esempio in tal senso è l’esoscheletro, che rappresenta una rivoluzione dal punto di vista della limitazione della disabilità, offrendo al paraplegico la possibilità di camminare di nuovo grazie a una struttura di sostegno leggera e facile da indossare. Una struttura alimentata da motori elettrici e gestita da dispositivi computerizzati che consentono al paziente il controllo delle funzioni di mobilità, mentre la stabilità è garantita dall’impiego di due bastoni canadesi.
L’esoscheletro, oltre a consentire al paziente di camminare, è in grado di alleviare anche molti problemi legati al prolungato stazionamento in carrozzina.
Inoltre, essendo indossabile, l’esoscheletro viene gradualmente avvertito come una parte della persona, come una estensione delle sue capacità. In tal modo il soggetto paraplegico torna ad acquisire, almeno in parte, una quotidianità autodeterminata che, restituendogli la sensazione di stare in piedi e camminare, migliora il suo stato psichico ed emotivo.
Carlo Jovine
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