L’emozione di un ricordo: il mio incontro con Wojtyla
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Il 21 giugno 2000, in occasione del Grande Giubileo del Millennio, il prof. Carlo Jovine – appartenente a una famiglia di letterati e da sempre appassionato di poesia – offrì in dono a Papa Giovanni Paolo II un’antologia poetica intitolata “Fioretti Giubilari”.
L’antologia, curata dallo stesso Jovine con la partecipazione di un eminente gruppo di poeti e critici letterari, venne donata al Pontefice durante un’Udienza in San Pietro nel solco di un’antica tradizione giubilare.
«Instancabile nella sua opera di apostolato.
Aperto al dialogo con le altre religioni.
Attento alle necessità dei più poveri.
Strenuo difensore della libertà e dignità dell’uomo.
Vicino ai giovani.
Grande comunicatore.
Un dono di Dio all’Umanità e alla Chiesa».
Con queste parole sono solito aprire il mio intervento nei pubblici consessi dove vengo invitato a parlare della mia esperienza. Un’esperienza che può dirsi unica nella vita di un medico: essere testimone di un miracolo: la guarigione istantanea, duratura e totale di Suor Normand dal morbo di Parkinson, dopo che le Piccole Suore delle Maternità Cattoliche di Nivolas-Vermelle (Francia) avevano pregato per lei chiedendo l’intercessione di Giovanni Paolo II.
Quando, nel febbraio 2010, ricevetti dalla Congregazione delle Cause dei Santi la nomina di perito “ad casum” per l’esame scientifico del presunto miracolo, ebbi la chiara consapevolezza che, nonostante la devozione che provavo per Giovanni Paolo II, non dovevo in nessun modo lasciarmi condizionare dal fascino della sua figura. Ero tenuto ad esaminare il caso con l’atteggiamento ipercritico dell’uomo di scienza, pronto ad usare il suo lucido bisturi analitico. E, in tale stato d’animo, iniziai lo studio del voluminoso “Summarium” degli Atti processuali.
Ma una cosa è parlarne (o scriverne), e una cosa è viverci dentro, veder passare dinanzi ai propri occhi le prove inconfutabili di un fenomeno che appartiene, sì, alla realtà del mondo fisico, ma al tempo stesso contraddice ogni logica, ogni acclarata cognizione scientifica.
La prima cosa che colpiva era la grande mole di documenti, specialistici e testimoniali, raccolti dai competenti organi della Chiesa nel corso del processo canonico. Erano stati fatti moltissimi esami per attestare il decorso della malattia, e quindi la completa guarigione di suor Normand dal morbo di Parkinson: decine di perizie mediche effettuate da specialisti di livello mondiale.
Considerando che la malattia di Parkinson è una malattia neurodegenerativa ad evoluzione cronica, progressiva, che non regredisce spontaneamente, in base allo studio degli atti, delle testimonianze, degli esami strumentali, delle visite cliniche, specialistiche e peritali, raggiunsi la profonda convinzione, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la guarigione di Suor Normand doveva ricondursi nell’alveo di quei rarissimi eventi che la scienza definisce inspiegabili.
Le conclusioni alle quali ero giunto trovarono conferma nella riunione collegiale degli illustri colleghi della Consulta Medica di sette specialisti internazionali, incaricati di esprimere il punto di vista della scienza. Anche la Consulta convenne che la guarigione di Suor Normand doveva ritenersi “scientificamente non spiegabile”, e questo spianò la strada alle successive fasi del processo canonico, culminato nel riconoscimento del miracolo.
A quel punto fui libero di abbandonarmi all’emozione del ricordo. A quell’incontro di dieci anni prima in San Pietro. A quell’immagine, viva nella memoria, di Papa Wojtyla fragile nel fisico ma intatto nella sua forza carismatica.
Quelle due esperienze congiunte, l’incontro nell’Anno Giubilare con il Papa Santo e il ruolo da me svolto per la Sua santificazione, mi avevano lasciato dentro una sensazione di stupore e di profondo arricchimento; la coscienza che esiste qualcosa che ci trascende ma di cui, al tempo stesso, siamo parte integrante. Proiettando la mia visione scientifica in una dimensione più ampia, che riconduce al rapporto tra Scienza e Fede.
Giovanni Paolo II, spalancando le porte della Chiesa alla scienza galileiana, si era così espresso: «Scienza e Fede sono entrambe doni di Dio. La Scienza ha radici nell’immanente ma porta l’uomo verso il trascendente».
Papa Francesco ci ha recentemente invitati a non dimenticare che la grande alleanza tra Scienza e Fede è nata grazie al coraggio di Giovanni Paolo II. Un coraggio di cui rende testimonianza Antonino Zichichi, che intrattenne con il grande Pontefice rapporti collaborativi e di stima.
«Le conquiste della Scienza – scrive il celebre scienziato italiano – sono rimaste, quasi sempre, privilegio esclusivo di una cerchia ristrettissima di specialisti. È dovere di coloro che fanno Scienza aprire al grande pubblico le torri d’avorio, affinché la Scienza entri, a pieno titolo e con tutti i suoi valori, a far parte integrante del patrimonio culturale di ciascun uomo».
Mi resi conto che quelle parole m’indicavano una via: dare il mio umile contributo alla divulgazione del pensiero di Giovanni Paolo II, con particolare riferimento ai rapporti tra Scienza e Fede.
Si apriva un nuovo capitolo della mia esistenza. Con l’indefinibile sensazione che le vicende della mia vita che riconducono a Giovanni Paolo II siano collegate tra loro da un misterioso filo conduttore…
Carlo Jovine
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