Oltre il labirinto del pensiero contemporaneo

5/8/20235 min leggere

Nel mio quotidiano impegno di aggiornamento, teso a recepire le istanze più influenti che – in campo laico e religioso – danno voce alla domanda di giustizia e di pace che si eleva da ogni parte del mondo, mi è accaduto di leggere, nello stesso giorno, due illuminanti interventi sulla difficile realtà del nostro tempo.

Il 30 aprile 2023 Papa Francesco ha tenuto un discorso, presso l’Università Cattolica di Budapest, nel quale ha spiegato il contrapposto significato di due diversi approcci alla conoscenza: l’uno rispettoso delle leggi della natura, e l’altro finalizzato ad una illusoria esaltazione umana di potenza.

Lo stesso giorno, Mons. Antonio Staglianò, Presidente della Pontificia Accademia di Teologia, ha pubblicato sulla testata “Il Quotidiano del Sud” un articolo intitolato “Pacem in terris, la profezia del Papa buono”, nel quale affronta il tema dell’alleanza tra fede e scienza per la pacificazione universale.

Una lettura parallela dei due testi offre diversi spunti di comprensione – alla luce anche di prospettive storiche diverse – per approfondire le radici dei drammatici eventi che oggi ci troviamo a vivere.

Il Viaggio Apostolico del Santo Padre in Ungheria (28-30 aprile 2023) si ricollega, in tutta evidenza, alla tragica guerra in corso, conseguente all’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe della Federazione Russa.

È come se Francesco si fosse volutamente avvicinato al “fronte di guerra” per portare il messaggio cristiano alle parti in conflitto, e al tempo stesso per svolgere una difficile opera di mediazione finalizzata alla ricerca della pace (come del resto il Santo Padre ha detto ai giornalisti durante il viaggio aereo di ritorno, preannunciando un progetto per porre fine al conflitto).

Con riferimento ad un altro drammatico “fronte di guerra”, Mons. Antonio Staglianò ricorda l’Enciclica “Pacem in terris” (1963) di Papa Giovanni XXIII, di cui ricorre quest’anno l’anniversario.

È importante ricordare che l’Enciclica “Pacem in terris” venne pubblicata poco dopo la “Crisi dei missili di Cuba” (1962), nella quale il mondo intero sembrò precipitare nel baratro del conflitto nucleare: una crisi che venne risolta grazie ai negoziati tra il Presidente americano John Fitzgerald Kennedy e il Presidente russo Nikita Kruscev, ai quali diede un importante contributo lo stesso Giovanni XXIII.

«Con Giovanni XXIII si supera in modo definitivo e chiaro la dottrina della “guerra giusta”», spiega Staglianò. «La pace è fondata sulla dignità della persona umana e dei popoli», e perciò essa sola «realizza i diritti fondamentali degli esseri umani che la barbarie della guerra (di ogni guerra) invece disconosce e polverizza…».

La barbarie della guerra poggia su una perversione ricorrente nell’uomo: una smodata ambizione di potere, che sfida le leggi della morale e di Dio nel tentativo di affermare una illusoria presunzione umana di autosufficienza, “al di là del bene e del male”.

Questo è sempre accaduto nel corso dei secoli, ma la vera novità del nostro tempo è che, per la prima volta nella storia, questa ricorrente perversione bellica configura il rischio reale di una possibile estinzione della nostra specie, conseguente all’uso delle armi di distruzione di massa che vengono sviluppate attraverso le applicazioni tecnologiche della scienza.

Per questo la riflessione sociale, teologica, spirituale ed umana della Chiesa è impegnata ad esplorare più a fondo i contenuti del rapporto tra ragione e fede, tra scienza e fede.

A tale proposito, il Santo Padre Francesco ha citato nel suo discorso di Budapest il «grande intellettuale e uomo di fede» Romano Guardini (1885-1968), il quale aveva compreso che esistono due diverse forme di conoscenza: una umile e relazionale, che non oltrepassa i limiti consentiti, e l’altra che tende a sviluppare una forma di assoggettamento dell’essere vivente.

«Guardini non demonizza la tecnica – ha precisato il Papa –, ma avverte il rischio che essa diventi regolatrice, se non dominatrice, della vita».

«Quanto intravisto da Guardini appare evidente ai nostri giorni», ha aggiunto il Pontefice. «Pensiamo alla crisi ecologica, con la natura che sta reagendo all’uso strumentale che ne abbiamo fatto. Pensiamo alla mancanza di limiti. Pensiamo anche alla volontà di mettere al centro di tutto non la persona e le sue relazioni, ma l’individuo centrato sui propri bisogni, avido di guadagnare e vorace di afferrare la realtà. E pensiamo di conseguenza all’erosione dei legami comunitari, per cui la solitudine e la paura, da condizioni esistenziali, paiono tramutarsi in condizioni sociali…».

«C’è un limite alla ricerca scientifica?», si domanda Mons. Staglianò nel suo articolo. «Davvero le scoperte scientifiche sono frutto del bisogno umano di cercare e investigare? O non riflettono piuttosto interessi particolari di gruppi umani che “pretendono” di esercitare la loro volontà di potenza?».

A quest’ultimo interrogativo risponde affermativamente il prof. Antonino Zichichi, l’illustre scienziato che intrattenne rapporti di amichevole interscambio culturale con Giovanni Paolo II: «La cultura dominante – afferma Zichichi – ha confuso la scienza e le sue applicazioni, come se si trattasse della stessa cosa. Nel mondo è il potere politico che decide come usare i risultati delle scoperte scientifiche. L’uso della scienza si chiama tecnologia. La scelta tra tecnologia buona e tecnologia selvaggia è nelle mani del potere politico. Scienza vuol dire leggere il Libro della Natura. Non fare politica».

La scienza – sottolinea Zichichi – è uno strumento di conoscenza, universalità, verità, tolleranza e lotta ai pregiudizi. In ultima analisi: di libertà di pensiero. La vera scienza non è una risorsa di natura tecnologica volta al conseguimento della supremazia economica, civile e militare, come viene comunemente proposta agli occhi della gente…

E allora come uscire da questo labirinto del pensiero che ci minaccia da vicino?

Contro questi rischi incombenti, il baluardo è rappresentato dalla cultura, che significa «“coltivazione” dell’uomo e delle sue relazioni fondanti: con il trascendente, con la società, con la storia, con il Creato», ha detto Papa Francesco a conclusione del suo discorso all’Università Cattolica di Budapest. «Gesù offre una via d’uscita, dicendo che è vero ciò che libera, quello che libera l’uomo dalle sue dipendenze e dalle sue chiusure. La chiave per accedere a questa verità è un conoscere mai slegato dall’amore, relazionale, umile e aperto, concreto e comunitario, coraggioso e costruttivo».

«I quattro pilastri della pace sono dunque la verità, la giustizia, l’amore e la libertà», scrive parallelamente il Vescovo Staglianò. «La fede cristiana deve ispirare le coscienze, dare impulso all’immaginazione creativa, ali al pensiero critico e slancio alla solidarietà, affinché si stabilisca la giustizia nel mondo, senza quale non ci sarà mai la pace».

Riflettendo su queste illuminanti affermazioni appare sempre più evidente che siamo di fronte ad una sfida di portata epocale. Una sfida rispetto alla quale potrebbero apparire insufficienti le fragili risorse umane. Ma è proprio questa fragilità – osserva il Papa – che ci fa comprendere che siamo dipendenti da Dio, che ci fa comprendere che siamo connessi con gli altri e con il Creato.

Un’affermazione, quest’ultima, che trova riscontro nel pensiero di molti eminenti scienziati. Un pensiero che si riassume efficacemente nelle parole di Albert Einstein: «La mia religione consiste in una umile ammirazione dello spirito superiore e infinito, il quale si rivela nei dettagli minuti che riusciamo a percepire con le nostre menti fragili e deboli. Ecco la mia idea di Dio, la convinzione profondamente emotiva della presenza di una razionalità suprema che si rivela nell’universo incomprensibile».

Credo che bastino queste considerazioni per dire che oggi il rapporto tra ragione e fede, tra scienza e fede – con le implicazioni etiche e pratiche che ne derivano – costituisce il più importante banco di prova dell’intelligenza e della spiritualità umana. Per conquistare una superiore coscienza di noi stessi e delle sottili leggi che governano l’esistenza. Oltre il labirinto del pensiero contemporaneo.

Carlo Jovine