Per una scienza dal volto umano
3/1/20225 min leggere


Il nucleo del pensiero religioso poggia sull’esistenza di una dimensione trascendente al di là delle barriere di spazio e di tempo. Una dimensione alla quale la nostra anima immortale è destinata, una volta spezzato il fragile legame che la congiunge al corpo fisico.
Per converso, il metodo scientifico si basa sulla raccolta oggettiva dei dati, passati al vaglio dell’osservazione e della sperimentazione.
Per lungo tempo hanno percorso strade diverse la religione e la scienza: la prima, custode delle sue verità di fede; la seconda, chiusa in una orgogliosa autosufficienza. Finché venne un uomo a sancire una nuova alleanza: Karol Wojtyla, il «Papa che amava la scienza», come lo definì il grande fisico italiano Antonino Zichichi.
Il Papa Santo chiese perdono, a nome della Chiesa, per il processo a Galileo Galilei; incoraggiò il “Manifesto di Erice” per una scienza dal volto umano; emanò l’Enciclica Fides et Ratio con la bellissima metafora delle due ali: «La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità».
Oggi che la dicotomia tra scienza e fede non è più un dogma insormontabile, alcuni studiosi cominciano a parlare di «prove scientifiche» dell’esistenza dell’anima. Tutto iniziò negli Anni Settanta con il fortunato libro di Raymond A. Moody Life after life (“La vita oltre la vita”). Il libro riportava un’ampia casistica di persone, sopravvissute al coma grazie alle moderne tecniche di rianimazione, che, durante la loro provvisoria condizione di morte, avevano vissuto esperienze di consapevolezza e di conservazione dell’io cosciente.
Ecco un esempio tipo illustrato dal dott. Moody: un uomo è in fin di vita e vede la concitazione dei medici impegnati in un’estrema opera di soccorso; avverte di muoversi velocemente attraverso un tunnel buio e di ritrovarsi al di fuori del proprio corpo; vede il suo corpo dall’alto e assiste ai tentativi di rianimazione come se fosse uno spettatore esterno.
Presto si manifestano anche altre situazioni. Il morente intravede delle figure che gli si fanno incontro per aiutarlo, tra cui alcuni spiriti di parenti e amici morti in precedenza. Poi gli appare un essere di luce, uno spirito amorevole che lo induce a ripercorrere la sua vita terrena in una panoramica istantanea volta alla comprensione dell’esistenza. Quindi vede una linea di confine, che rappresenta il limite al di là del quale inizia la vita ultraterrena.
A questo punto, il soggetto percipiente scopre che non è ancora giunto il momento di morire, che deve tornare sulla terra, e allora tenta di fare resistenza perché si sente appagato dalle intense sensazioni di gioia, amore e pace che lo pervadono. Ma il suo spirito si riunisce al corpo fisico e si risveglia dal coma.
Il dott. Moody dichiarava, tra l’altro, di essersi «imbattuto in paralleli sorprendenti, racchiusi in testi religiosi», precisando che «alcune persone si sono servite di concetti biblici per chiarire o spiegare le loro esperienze…».
Il libro ebbe un enorme successo e spianò la strada ad una serie di indagini scientifiche tuttora in corso. Indagini che hanno portato alla luce un numero sempre maggiore di NDE (dall’acronimo inglese Near Death Experience: “esperienze di premorte”, così come sono state definite). Un fenomeno dovuto anche all’evoluzione degli strumenti e delle tecniche di rianimazione, che consentono oggi di restituire alla vita pazienti che, in passato, sarebbero stati destinati a morte certa.
Ma ciò che più impressiona, nelle testimonianze dei sopravvissuti, è il racconto delle esperienze che dichiarano di aver vissuto durante la fase di coma: esperienze che risultano quasi sempre simili a quelle sopra descritte, a prescindere da ogni differenza di ceto, razza e cultura; che non sono influenzate né dal livello di istruzione, né dall’età o dal credo religioso.
Molti esperti, che partono da una premessa scettica o d’impostazione rigorosamente razionalistica, sostengono che si tratta di stati allucinatori oppure di malfunzionamenti del cervello causati da carenza di ossigeno o da farmaci di tipo morfinico. Tali argomenti però sono stati scientificamente confutati perché, nei casi suddetti, si verifica un progressivo disordine mentale e una confusione delle capacità cognitive: il che è in contrasto con la perfetta lucidità e la piena consapevolezza riferite da coloro che hanno vissuto esperienze di premorte.
E non mancano, a tale proposito, delle conferme addirittura clamorose, come quella del morente cieco che, durante lo stato di premorte, ha visto nitidamente tutto ciò che accadeva nella sala operatoria, al punto da poterlo descrivere ai medici in dettaglio, una volta uscito dal coma…
È interessante osservare che uno dei contributi più significativi all’approfondimento della materia viene proprio da un medico che si era dichiarato inizialmente scettico.
Il cardiologo olandese Pim van Lommel riteneva che la spiegazione fosse di tipo fisiologico, attribuendo le cosiddette “esperienze di premorte” alla riduzione dell’ossigeno nel cervello. E tuttavia, dopo una ricerca durata vent’anni, ha modificato radicalmente la sua impostazione d’origine, confermando la fondatezza degli studi del dott. Moody ed estendendone ulteriormente le implicazioni.
Ciò che ha fatto cambiare idea al dott. van Lommel è stata la straordinaria esperienza di alcuni pazienti dichiarati clinicamente morti, che avevano reagito con successo alle terapie di rianimazione. Quei pazienti avevano mostrato un elettroencefalogramma piatto, che rivelava la cessazione di ogni attività cerebrale, e tuttavia, una volta recuperati alla vita, avevano descritto con esattezza sensazioni ed eventi avvenuti durante la loro morte clinica.
In seguito a tale constatazione, il dott. van Lommel è giunto alla conclusione che la coscienza non è un prodotto della chimica e non dipende dalle attività elettriche del cervello. Nel suo best seller Coscienza oltre la vita, van Lommel si esprime infatti con queste parole: «Constatare l’esistenza cosciente dell’Io personale dopo la morte clinica del corpo, mi sembra che possa interpretarsi come una prova scientifica dell’esistenza dell’anima nonché dell’esistenza della vita oltre la morte».
Queste straordinarie esperienze possono darci la conferma, sul piano razionale, di una dimensione trascendente che ci attende, dove la percezione di noi stessi e della nostra identità individuale si esprimerà a prescindere dall’identificazione con il corpo fisico? È ancora presto per dirlo, ma, per la prima volta, la sopravvivenza dell’anima enunciata dalla religione come un dogma di fede diventa un fenomeno alla portata dell’indagine scientifica; mettendo, con ciò, in discussione i fondamenti del “pensiero unico” – materialista, utilitarista e sostanzialmente ateo – su cui si basa la moderna visione del mondo.
E questo comporta anche un’altra importante conseguenza: la necessità di ridefinire il ruolo della scienza in una direzione più affine alla sua vocazione umana e sociale. La scienza non è una risorsa di natura tecnologica volta al conseguimento del profitto e della supremazia bellica, come viene oggi comunemente proposta. La vera scienza è strumento di conoscenza, universalità, verità, tolleranza e lotta ai pregiudizi. In ultima analisi: di libertà di pensiero.
Lo spiega bene il prof. Antonino Zichichi, con le cui parole mi piace concludere questa breve riflessione: «Se vivessimo l’era della scienza, questi valori farebbero parte integrante della cultura cosiddetta moderna. Si tratta infatti di verità che fanno della scienza un’attività intellettuale in perfetta comunione con il pensiero religioso. Siamo di fronte alle due componenti essenziali nelle quali si articola la nostra esistenza: una che opera nell’immanente, la scienza, e l’altra che opera nel trascendente, la fede».
Carlo Jovine
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