Ricordando mio padre Giuseppe Jovine
2/15/20213 min leggere


Nella triste e religiosa ricerca che ogni figlio intraprende dopo la morte dei propri cari, ho trovato, tra i tanti libri e le tante carte che mio padre gelosamente custodiva, una raccolta di poesie inedite intitolata “Viaggio d’inverno”: ne ho curato io stesso un’edizione postuma, pubblicata dalle Edizioni Enne.
Scrive Francesco D’Episcopo nella prefazione: «Un Ulisse molisano e mediterraneo, sempre pronto a ripartire per nuove avventure e nuove sfide, tentando le colonne d’Ercole di una possibile fine. Ma si può finire davvero? Ci si può solo addormentare, facendo finta di star fermi, come bambini impertinenti. La parola, l’amore continuano la vita oltre ogni possibile arresto cardiaco; la poesia, soprattutto questa poesia tanto vicina alla morte, a quest’ultima vuole parlare e raccontare una nenia di confidenza e d’amicizia. Un patto poetico, affidato alla certezza che troppo spesso si può morire da vivi e si può invece continuare a vivere da morti».
Un giudizio, quello di D’Episcopo, che coglie due aspetti essenziali della personalità poetica di mio padre: la vitalità e la “molisanità”, andando ad aggiungersi all’ampio repertorio critico – da Bigiaretti ad Argan, da De Mauro a Petrucciani, da Citati a Luzi – che, ancor prima della morte (avvenuta il 29 agosto 1998), aveva proiettato Giuseppe Jovine nel ristretto novero dei più significativi poeti del secondo Novecento.
Tra i suoi libri più importanti, vanno ricordati: le poesie in dialetto molisano “Lu Pavone” (1970) e “Chi sa se passa u’ Patraterne” (1992); le raccolte di racconti “La Luna e la Montagna” (1972) e “La sdrenga” (1989); l’antologia di versi in lingua “Tra il Biferno e la Moscova” (1975); e i saggi critici “La poesia di Albino Pierro” (1965) e “Benedetti Molisani” (1996); oltre al prestigioso volume antologico che l’editore Peter Lang di New York volle dedicargli nel ‘93, con la traduzione in lingua inglese dei suoi versi a cura di Luigi Bonaffini.
Giuseppe Jovine ha sempre comunicato, spesso con impeto e veemenza, quei valori profondi che fanno dell’individuo un uomo fornito di pensiero e di cuore, che deve sempre riconoscere il suo simile per inverarsi; amava infatti ripetere: «ogni uomo che incontro è una boa che mi costringe a una virata».
Il dialogo con la propria terra era per mio padre conversazione con sé stesso, con la propria storia, attorno alle domande che inquietano gli uomini, in un groviglio di memorie personali e collettive. Nel suo poetare egli affidava alla lingua e al dialetto la riscoperta del reale nei suoi mille piccoli particolari in cui, come per magia, veniva a racchiudersi un significato universale.
La poesia rappresentava per lui lo stupore dinanzi alla varietà e al mistero della vita, sempre riavvertito come una musica magica che scandisce ritmi solenni del tempo che tornano nella memoria, e per la memoria, a porre le basi per una rinascita dell’uomo, per una riappropriazione e una presa di coscienza delle sue radici, della sua dignità, dei suoi valori più profondi.
Nella sua poesia c’è sempre stato un profondo interesse culturale a recuperare e riproporre nei suoi termini più affabulanti una civiltà antica e contadina che ha i suoi punti di forza nel marcato rapporto tra l’uomo e la natura, tra l’uomo e i suoi sentimenti.
Così scriveva in una lettera all’amico Mons. Vincenzo Ferrara: «Importante è per me organizzare la vita secondo giustizia e lottare per il trionfo del bene, del vero e del bello. Importante è vivere col gusto di tali valori, in armonia con le cose, con la natura e sentire la musica e meravigliarsene e godere delle albe e dei tramonti ed amare la vita semplice secondo i ritmi di una attività umana e non bestiale, in sostanza, con la buona creanza e la morigeratezza che sono poi le virtù tradizionali del Molise».
Carlo Jovine








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